Cellulare aziendale, l’abuso va provato

La norma attribuisce inderogabilmente al datore di lavoro l’onere di provare la sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento in caso di utilizzo del telefono per fini personali.La Corte di Cassazione, con la sentenza n.17108/16, ha annullato il licenziamento disciplinare comminato da un’azienda ad un informatore medico-scientifico. La società aveva contestato al dipendente il reiterato abuso del telefonino aziendale nei primi dieci mesi del 2006, asserendo che quest’ultimo aveva effettuato numerose chiamate per ragioni non di servizio, ma personali.Nella lettera di contestazione erano stati indicati i numeri di telefono in questione, risultanti dai tabulati telefonici con le ultime tre cifre criptate e comunque non depositati in giudizio, addossando al lavoratore l’onere di dimostrare, facendo ricorso alla propria agenda telefonica, l’identità dei destinatari.La Corte d’appello aveva dato ragione al datore di lavoro, sulla base del criterio empirico della vicinanza alla fonte di prova. In altre parole, non è sufficiente la vicinanza al telefonino aziendale per provarne l’uso per fini personali. Un criterio che per i giudici della Corte deve, tuttavia, ritenersi interdetto quando la legge (come in questo caso) stabilisca l’onere della prova. Nel caso specifico, inoltre, il criterio della vicinanza alla fonte di prova risultava mal applicato, perché tutti i numeri di telefono chiamati per lavoro o per altra ragione venivano puntualmente registrati su agenda cartacea o informatica, al punto da poter essere a posteriori agevolmente ricostruiti dal chiamante.La società nel corso della causa, ha affermato che sarebbe stato troppo difficile (se non impossibile) dimostrare che i soggetti chiamati dal lavoratore non erano soggetti da interpellare per motivi di lavoro. Ma per la Corte questo non spiega perché il datore, pur non disponendo di dati in proposito, abbia ritenuto che le telefonate oggetto della lettera di contestazione fossero state effettuate per motivi personali. L’unico indizio consisteva nel rilievo che un gran numero di chiamate erano state fatte in orari e in giorni non lavorativi. In tal caso, secondo la Cassazione, avrebbero dovuto essere contestate solo queste telefonate fuori orario e poi, su tale base, il giudice di merito avrebbe dovuto valutare la gravità dell’addebito. Tutte le informazioni sono reperibili presso i Consulenti del lavoro.

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